DON AURELIO PULLA: IL PARROCO DEL SORRISO (Tonino Santella)

L’esperienza vissuta nella Parrocchia “S. Andrea Apostolo” fin dalla prima infanzia con la frequenza nelle “Fiamme tricolori” e precisamente nelle “Fiamme Bianche, “Fiamme Rosse” e “Fiamme Verdi”, guidate da pazienti catechiste, delle quali ancora oggi serbiamo un vivo ricordo, e dalla supervisione dell’allora Parroco don Giacinto Barile che, per noi ragazzi, aveva un aspetto severo e dei modi che incutevano paura (il suo bastone nodoso ne era la prova) e che rispecchiavano l’allora rigidissimo metodo educativo in vigore anche e soprattutto in famiglia e nella scuola, è tuttora viva e presente. Il dialogo non esisteva poiché bisognava sottomettersi agli insegnamenti e ai precetti che l’insegnante, il Parroco e i genitori impartivano. In altre parole bisognava ubbidire e basta. La “mazza” era l’emblema dell’istruzione e conseguentemente dell’educazione; un’educazione allo studio e allo stile di vita sotto la costante e giornaliera minaccia delle “botte”. Ciononostante, pur non condividendo, oggi, quella severa coercizione, dobbiamo ammettere con tutta onestà che è stata fondamentale per la nostra futura educazione, non solo perché a tutt’oggi, come dicevo, abbiamo un ricordo sempre presente, ma in special modo di aver usufruito di quella esperienza per formare in noi le basi essenziali per continuare a vivere secondo principi veri, sani e di primaria importanza ai fini della nostra successiva esperienza nei vari campi che ognuno ha intrapreso. Le basi della formazione morale, etica, sociale e culturale hanno avuto inizio, quindi, grazie a quelle persone e a quei metodi così poco ortodossi che sono stati i punti di riferimento per una profonda riflessione nelle esperienze future. Al Parroco don Giacinto Barile, tornato alla Casa del Padre, è succeduto don Aurelio Pulla da Limonano (CB) che ha iniziato il suo apostolato nella Parrocchia il 19 marzo 1954. Un autentico precursore dei nuovi programmi educativo-didattici che, da lì a qualche anno, andavano a sostituire radicalmente quelli del 1923 del Gentile fondati sull’autorevolezza della scuola: “L’autorità dell’educazione diventa la libertà dell’alunno”. L’istruzione, l’educazione, il rapporto sociale-umano si fonderanno non più sul freddo distacco tra padre e figlio, tra insegnante e alunno ma su un rapporto di stima e fiducia reciproca e principalmente sul dialogo. Infatti il principale obiettivo di don Aurelio era quello di instaurare con i ragazzi un clima di reciproco rispetto, di stima e di dialogo continuo per una sicura conoscenza dei principi basilari di cui la vita di ognuno deve essere dotata. Egli stesso scriveva su un giornalino diocesano: ”La prima scelta e impegno erano i ragazzi e i giovani, con molto rispetto verso gli anziani. Molta attenzione a preparare i collaboratori parrocchiali, i dirigenti e le catechiste….” Don Aurelio era giovane, inesperto ma pieno di entusiasmo, di voglia di operare. Ordinato sacerdote il 20 luglio 1952, dopo alcuni mesi, nel maggio del 1953 si ammalò seriamente e solo dopo un lungo periodo di convalescenza, l’allora Arcivescovo di Benevento (Jelsi faceva parte della Diocesi di Benevento) Mons. Agostino Mancinelli, lo assegnava alla Parrocchia di Jelsi ove espletò il suo servizio pastorale ininterrottamente fino al mese di ottobre del 1974. Ricordo i primi tempi di sacerdozio: ogni giorno ci recavamo a casa sua, senza l’incubo del famoso bastone, per imparare a memoria in latino tutte le risposte che erano necessarie per le funzioni religiose (ricordo in particolare il “sciuscepiatt” ossia il “suscìpiat”…) particolarmente difficili per noi ragazzi, e tutti i movimenti che bisognava effettuare sull’altare, erano tanti allora. A tutte le funzioni religiose eravamo presenti, ma non solo noi, anche i giovanotti, e si partecipava con gioia. Fino all’età adulta le sale della parrocchia, i locali sotterranei, compreso il campo di bocce, erano a completa nostra disposizione. Il primo bigliardino che abbiamo conosciuto ce lo procurò don Aurelio per la gioia e lo svago di tutti. C’era anche la consapevolezza di non essere più puniti severamente e “bastonati”. Don Aurelio non usava le mani, la mazza, ma tanta, tanta pazienza, malgrado e forse grazie alla sua giovane età. Questo cambiamento repentino di metodo certamente non sortì da subito i benefici e gli effetti desiderati; bisognava pur dar sfogo all’esuberanza della prima gioventù consci che bisognava rientrare subito nella normalità senza approfittare della magnanimità e bontà di Don Aurelio. L’incontro, il dialogo costituivano i presupposti per condividere le varie difficoltà che sorgevano sotto tutti i punti di vista e discutere sulle opportunità di poterle superare. Non assumeva mai atteggiamenti sentenziatori o peggio castigatori, era sempre un giudice di pace con giusti e dovuti rimproveri e con ferme raccomandazioni. Si partecipava volentieri ai numerosi incontri serali nella Parrocchia, in Via Roma, così come si era sempre presenti a tutte le funzioni religiose che si svolgevano durante l’anno. La gita era il premio finale per quanto svolto durante l’anno; gita catechistica alla quale tutti partecipavamo; anche per le persone anziane era previsto un viaggio religioso-ricreativo. Particolarmente interessanti ed aspettati erano i campeggi estivi: dieci giorni da trascorrere in tenda e lontano dai propri cari in luoghi come Capracotta, Pescopennataro particolarmente suggestivi poiché posti ad una altitudine di 1500- 2000 metri. Entrambe le uscite erano d’importante impatto sociale e culturale poiché aprivano le porte alle prime conoscenze ed esperienze al di fuori del perimetro paesano e della famiglia. Don Aurelio ci sollecitava al rispetto per il prossimo, in particolar modo per le persone anziane e bisognose di aiuto. E a noi non mancava modo di metterlo in pratica poiché nei locali parrocchiali ”coabitavamo” con molti anziani, maschi e femmine. La sera eravamo in tanti a guardare la televisione, specie durante il periodo invernale, e, a volte ci scappava qualche piccolo “dispetto” per rendere la serata più “movimentata ed allegra”. La frequenza dei fedeli alle sacre funzioni era sempre numerosa e partecipata e si ascoltavano con interesse le semplici ma profonde parole di don Aurelio. Un cammino questo che oggi definirei di tutto rispetto per una buona formazione generale della persona, con solide basi, per affrontare con maggiore vigore e senso di responsabilità l’intero cammino della vita da grandi. Intanto gli anni trascorrevano, la vita parrocchiale era sempre attiva; nel tardo pomeriggio, dopo lo svolgimento dei compiti scolastici, ci attendevano varie attività: ludica, artigianale, artistica, sempre in concerto e con l’approvazione del Parroco. Ludica: si organizzavano gare di bigliardino, di ping-pong, di bocce….. Artigianale: tinteggiatura dei locali, ammodernamento dell’impianto elettrico, ristrutturazioni e riparazioni varie….. Artistica: preparazione di recite, allestimento presepi, preparazione di cartelloni per varie ricorrenze, manifesti….. Si era creato un clima sereno di collaborazione, di convivenza che rendeva soddisfatti sia Don Aurelio che noi stessi. Avevamo un punto fermo di riferimento. Nel frattempo Don Aurelio curava, come assistente, l’associazione cattolica diocesana; per gli spostamenti si serviva di una vecchia “Vespa”, moto, insieme alla “Lambretta”, di moda a quei tempi e che, all’occorrenza, e con qualche scusa, eravamo felici di guidare, a volte andandoci su anche in tre per scambiarci l’ebbrezza della guida. Quando nel 1963 don Aurelio incontrò, lungo il suo cammino religioso, il Movimento dei Focolarini di Chiara Lubich, la sua vita venne segnata profondamente. “Si apriva per lui una vita nuova nella quale trovava la risposta alle tante domande inevase che da tempo si portava nel cuore”. “Intuiva che c’era un nuovo modo di vivere la vita sacerdotale, ispirandosi al carisma dell’unità di Chiara Lubich, e questo lo esaltava come un bambino”. Partecipò, da quel momento, a quasi tutti gli incontri del Movimento, le “Mariapoli”, coinvolgendo anche noi giovani che spesso lo accompagnavamo. Si andava a Grottaferrata, a Rocca di Papa, località dei Colli albani. Erano emozioni in più oltre naturalmente esperienze di vita vissuta che arricchivano non solo la conoscenza geografica ma essenzialmente l’animo. Il primo sacerdote che condivise la sua stessa scelta fu l’amico don Rosario Amorosa di Riccia, vice Parroco a Pagoveiano, Comune del beneventano. Lentamente altri sacerdoti si unirono a loro tanto da dar vita al focolare sacerdotale di Benevento. Talmente totale era il suo coinvolgimento nel Movimento dei Focolari che divenne coordinatore dei sacerdoti delle regioni Puglia, Campania, Basilicata e Molise. La vita della Parrocchia intanto continuava regolarmente con tanti altri ragazzi, mentre il nostro gruppo cominciava a sparpagliarsi: chi per continuare gli studi, chi iniziava la vita lavorativa, chi convolava a nozze……ma sempre col felice ricordo di tanti bei giorni, anni trascorsi in allegria e con chiari intenti educativi. Felicissimi eravamo quando celebrava le nozze, le nostre nozze: dei ”suoi ragazzi”. Immancabile era nell’omelia il ricordo dei tanti momenti vissuti insieme e di qualche particolare episodio che nel bene e nel male coinvolgeva un po’ tutti. Gli si leggeva negli occhi la contentezza e l’emozione di vedere realizzati e concretizzati i suoi insegnamenti; da parte nostra identici sentimenti pervadevano gli animi con l’aggiunta dovuta del ringraziamento. Questo nostro contatto fin dall’infanzia con don Aurelio ha contribuito ad aver con lui, fino agli ultimi giorni della sua esistenza terrena, un rapporto fraterno, confidenziale ma di massimo rispetto per la sua figura di rappresentante del Signore in mezzo a noi e di ringraziamento per quello che ci ha saputo trasmettere. “Nel settembre del 1974” dichiara don Aurelio, “per mia scelta e per l’esperienza spirituale nel Movimento dei Focolari, chiesi all’Arcivescovo, Mons. Raffaele Calabria, il trasferimento e mi nominò Parroco a Benevento, nella Basilica di S. Bartolomeo; volevo iniziare una nuova esperienza sacerdotale…”. Don Aurelio lasciò Jelsi certamente con l’animo di chi aveva speso tutto per il bene dell’intera comunità parrocchiale. “A Jelsi mi hanno voluto veramente bene, hanno messo a frutto gli insegnamenti e la formazione spirituale”. E certamente con qualche piccola spina che, come il Signore sulla Croce, accettò e tenne per sé senza una pur minima ombra di risentimento. Quando poteva tornava nella sua Jelsi, non solo per far visita alla sorella Titina, sposata con Nicola Fusco, e ai nipoti, ma anche per salutare, col suo immancabile sorriso, i numerosissimi amici che nel tempo hanno serbato di lui un sincero e fraterno ricordo e che a tutt’oggi continua come allora. La sua morte, sopraggiunta il 30 aprile 2006, riunì intorno alle sue spoglie per l’estremo saluto terreno, oltre i suoi cari parenti e confratelli, i suoi amici, i suoi Focolarini, i parrocchiani di Jelsi e Benevento che numerosissimi affollavano la chiesa di San Giuseppe Moscati, chiesa fermamente voluta e fatta costruire proprio da don Aurelio. La sua anima è stata accolta dal Padre in paradiso, premio ultimo ed eterno per chi ha vissuto e ha fatto vivere nel prossimo suo Figlio in terra con l’intercessione della Madonna. Di certo possiamo ringraziare il Signore per averci mandato una guida, non solo spirituale, che ha seguito i nostri passi fin dalla prima infanzia indirizzandoli per il giusto cammino. E per questo ringraziamo di cuore don Aurelio e gli rivolgiamo la nostra umile preghiera implorandolo di sorvegliare sulla nostra comunità che tanto ha bisogno della sua bontà e del suo sorriso.

Un autore soleva ripetere: ”Una giornata senza sorriso è una giornata persa”.

GRAZIE DON AURELIO!

Tonino Santella