UN INCONTRO UNICO E INDIMENTICABILE (Nicola Santella)

“Quando sono arrivato a Jelsi scendendo dalla corriera, sei stato il primo bambino a cui ho dato la mano”, mi ripeteva spesso don Aurelio. Quel giorno diedi la mano a una persona veramente speciale. Così cominciò l’avventura con don Aurelio. Certo, allora nessuno poteva immaginare quanto quel giovane prete avrebbe influito sulla vita di ciascuno; nessuno poteva pensare che avrebbe cambiato il nostro modo di rapportarci con Dio, tra di noi e con gli altri. Allora era esile e malaticcio. Molte vecchiette si chiedevano cosa l’avessero mandato a fare se molto spesso era costretto a stare a letto. Però, aveva qualcosa di speciale, qualcosa di diverso dagli altri, anche se era tra noi da poco tempo. Alcuni però se ne accorsero: infatti, ricordo che i giovani e le ragazze, tra la meraviglia della gente, andavano a trovarlo anche quando stava a letto. Poi, pian piano guarì e la sua salute divenne più salda. Pertanto, cominciò ad attirare tutti nella casa parrocchiale. Non ho mai visto prima quella casa così frequentata. C’erano sempre persone di ogni età, dai bambini delle elementari agli anziani di ottant’anni. Era una festa continua, complice la televisione, che lui aveva comprato e messo nel salone grande. C’era sempre molta gente. Don Aurelio aveva un’insolita capacità di familiarizzare con tutti. Erano continue “adunanze”come le chiamavamo: per i piccoli, i più grandicelli, i giovani, gli adulti e gli anziani. E qui, tra una festa di carnevale e un’”adunanza”, ci ha dato i primi insegnamenti della religione cattolica. Per la prima volta nella mia vita, ho sentito parlare di Dio non come di un giudice giusto, inesorabile e che incuteva paura ma di un Dio misericordioso, di un Dio di bontà, di perdono e di amore sviscerato per tutte le sue creature. Per la prima volta non mi sono sentito a disagio, osservato e giudicato, bensì accolto e incoraggiato verso un cammino sempre nuovo nell’amore e nella speranza. Se qualcuno mi chiedesse qual è la caratteristica principale di don Aurelio, non avrei alcuna esitazione a rispondere: la carità. Ci ha insegnato tanto, ci ha offerto il suo esempio, ci ha voluto bene come un padre, si è interessato sempre ai problemi di ognuno di noi, problemi spirituali, familiari e anche economici. Ricordo, infatti, che un giorno dovevamo comprare qualcosa per i giovani, ma non fu possibile. “Nicò – mi disse – non ho una lira! Avevo diecimila lire, ma ieri sera è venuto un padre di famiglia, ne aveva bisogno e gliel’ho data”. Era stato un gesto straordinario il suo e non lo dimenticherò mai. Il suo interessamento, poi, era per tutti. Sono sempre rimasto sorpreso di come facesse a ricordare i nomi di tutti. Chiedeva notizie degli emigrati chiamandoli per nome, voleva sapere di loro, dei loro figli nati all’estero, come fossero i suoi parrocchiani. Ha amato Jelsi come il suo paese d’origine. Partecipava agli avvenimenti della comunità, è stato anche presidente della Festa di S. Anna, come se fosse la sua famiglia. Certo, tutto questo suo amore, queste attenzioni non potevano essere solo frutto di un’umanità particolare ma certamente era sorretto dal suo forte amore per Dio. Le sue omelie non erano solo una spiegazione del Vangelo, ma erano calate nella realtà quotidiana, con discrezione. Riportava frasi udite passando tra la gente, episodi accaduti in paese e ne dava la giusta interpretazione. Inoltre, allora si passeggiava molto e spesso usciva in piazza a passeggiare con noi. Lì si parlava un po’ di tutto, di religione, di politica, a volte si facevano pettegolezzi, ma lui non ci sgridava, ci dava invece le sue interpretazioni, ci faceva capire quali erano i punti di vista della Chiesa. Era davvero un uomo della comunità che viveva nella comunità e cercava di trasformarla, di portarla verso la Verità, verso l’Amore, e la sentiva sua. Man mano che crescevamo e maturavamo, tentava di portarci più in alto, per conoscere meglio il disegno dell’amore divino, fino a farci approdare a Loppiano, dove abbiamo conosciuto il movimento dei Focolarini di Chiara Lubich. Purtroppo noi ci siamo fermati alla conoscenza, lui, invece, ne ha preso lo spirito, l’ha vissuto e lo ha trasmesso ad altri sacerdoti, tanto che a Benevento è riuscito a costituire un focolare di sacerdoti. Ha saputo trasmettere loro il suo amore per Gesù, tanto che molti hanno rinnovato il loro apostolato. Un sacerdote del focolare scrive di lui: “Mai un giudizio, sempre amore, tutto amore, fiducia in tutti, grande umanità. Era vero, autentico, libero, un uomo! Amava tutti singolarmente e sapeva condividere e partecipare, era così bravo a farsi uno, da farti sperimentare una pace immensa, una gioia infinita; era come vivere già qui in terra il Paradiso”. Credo non ci siano parole migliori per concludere questo breve ricordo del nostro don Aurelio. Mi auguro solo che dal cielo continui ad interessarsi di noi e che interceda presso Dio, affinché possiamo ritrovarci un giorno nella grande e gioiosa comunità del cielo.  

Nicola Santella