UNA PRESENZA AUTENTICA CHE HA LASCIATO UN’IMPRONTA INDELEBILE (Antonio Santella)

Mi ritrovo con un foglio di carta e una penna tra le mani dietro l’insistenza fattasi quasi preghiera di don Peppino, giovane Parroco, che il Signore per grazia ha inviato a questa nostra comunità jelsese. Don Peppino, da diverso tempo, si è messo alla ricerca di fatti e storie riguardanti la vita di don Aurelio Pulla, il quale per tanti anni è stato nostro amico e padre affettuoso, prima di essere un sacerdote premuroso e sempre attento alle nostre esigenze, ai nostri problemi, alla nostra giovane età. Quando don Aurelio decise di lasciare Jelsi, dopo più di vent’anni, per trasferirsi a Benevento, ricordo che quasi tutta la gente ne risentì e provò grande dispiacere per questo distacco, come se un padre si allontanasse dai suoi figli. Don Aurelio era un uomo semplice e con la sua disponibilità riusciva a comunicare con tutti quanti noi e a conquistare grandi e piccoli. Mentre vado scrivendo queste righe, mi riaffiorano alla mente tanti ricordi vissuti nella mia adolescenza. Sono nato nel 1953 e, all’epoca, potevo avere undici o dodici anni. In quegli anni pochissima gente aveva il televisore in casa e anch’io facevo parte di coloro che non lo avevano. Così, quando volevamo vedere la televisione, giocare a bigliardino o altro, andavamo nella casa parrocchiale, dove a tutto aveva provveduto don Aurelio, a sue spese naturalmente. Don Aurelio ci accoglieva con la sua pazienza, la sua affabilità, era tanto premuroso con noi e ci voleva un gran bene. Era sempre lui, inoltre, ad organizzare feste, incontri, in cui lo stare insieme era motivo di gioia, motivo di crescita. Era lui a metter su piccoli spettacoli teatrali per farci avvicinare alla fede: una fede gioiosa che abbiamo pian piano scoperto attraverso queste attività. Così, l’oratorio iniziò ad essere per noi una “palestra di vita”, in cui imparavamo a stare con gli altri, a rapportarci con loro, ad essere giusti e leali, in cui imparavamo a vivere e ad affrontare qualsiasi problema col sorriso sulle labbra, a superare ogni diversità e a risolvere ogni piccola scaramuccia con un segno di pace. L’oratorio, insomma, era per noi un centro di “aggregazione” e di “formazione” in cui, cioè, ognuno di noi potesse aggregarsi agli altri per crescere e, allo stesso tempo, potesse crescere per potersi aggregare alla società del domani. In questo cammino don Aurelio ci è stato sempre accanto. Di fronte alla sua disponibilità, tuttavia, qualche volta facevamo fracasso e danni. Se poi l’avevamo combinata più grossa del solito, allora ci scappava una bella tiratina di orecchie, perchè anche la pazienza del nostro Parroco aveva i suoi limiti. Quando poi c’era da fare qualche lavoretto, come spostare un tavolo, un armadio, dei banchi ecc, lui veniva dove stavamo giocando e con un fare armonioso ci diceva: -Ragazzi! Chi vuole venire con me? C’è da fare questo oppure quello-. Così, fra i tanti che cercavano di svignarsela, io, al contrario, quasi sempre accettavo l’invito. Non ero molto grande di statura rispetto ai miei coetanei, un po’ più bassino, ma robusto e forte abbastanza perchè don Aurelio se ne accorgesse, finché un bel giorno non mi chiamò più solo Antonio, ma Antonio “il forte”. Per molti anni, da quando si trasferì a Benevento, non l’avevamo più visto; avevamo solo alcune notizie. Una sera però, prima della sua malattia, si trovava a Jelsi in visita dalla sorella Tittina e, passeggiando per il paese, ci incontrammo. –Buona serata don Aurelio!- gli dissi. E lui, senza farmi aggiungere altro, disse: -Ciao Antonio il forte! Come va?-. Parlammo un po’ del più e del meno, ma quel chiamarmi Antonio “il forte”, al quale io più non pensavo, poi, mi fece riflettere. Don Aurelio, in qualità di padre, si era scritto nel cuore e stampato nella mente non solo il mio nome, ma quello di tutti i suoi “figliocci”. La sua presenza, il suo stare con noi ha lasciato un’impronta indelebile. La sua testimonianza sempre così piena di gioia e di amore è il più grande testamento per noi. Grazie don Aurelio per il tuo esempio e per quanto hai fatto per noi.  

Antonio Santella